Vito: tra Germania e Italia

Ciao Vito, grazie per partecipare a quest’intervista. Presentati ai nostri lettori.

Ciao a tutti, mi chiamo Vito, sono un ragazzo pugliese e abito da quasi 5 anni in Germania.

Toglimi una curiosità, come ci sei finito in Germania?

Allora, io ho studiato tedesco e germanistica all’Università di Venezia e poi ho fatto, dopo la triennale, un anno di volontariato che si chiama “Servizio di Volontariato Europeo” qui a Würzburg, che si trova in Baviera, ed è stato un caso perché avevo mandato tante candidature in vari paesi, nazioni e diciamo l’unica risposta che ho ricevuto è stata da Würzburg.

Che attività di volontariato hai svolto? E cosa ti sei trovato poi a fare in Germania visto che ormai sei lì da 5 anni?

Ho lavorato due giorni a settimana in una struttura dove avvenivano seminari o simposi, diciamo così; e la struttura è guidata da un gruppo di…una figura che è una via di mezzo tra un pedagogo e….ho tempo per trovare le traduzioni?

Ma è interessante, dicci pure la parola in tedesco, perché questo poi mi porta ad una domanda che ti farò, riesci ancora a parlare italiano o te lo stai dimenticando?

Ho trovato la traduzione, si chiama assistente pedagogico. Però in tedesco si dice “sozialpädagoge”, quindi in italiano perde questa parte del “sozial”. Infatti non sono solo figure pedagogiche, facevano seminari con gente adulta con temi che potevano essere: razzismo, antisemitismo, contro gli estremismi in generale, contro l’omofobia, cioè temi sociali. 

Poi tre giorni alla settimana lavoravo in una scuola professionale, avevo tre classi di ragazzi stranieri: nella prima classe facevo varie materie perché sapevo già parlare tedesco, e poi avevo due classi, una di tedeschi e l’altra era con un gruppo di rifugiati che erano arrivati da poco in Germania e infatti imparavano la lingua proprio da zero.

Quindi tu eri un italiano che insegnava tedesco agli stranieri in Germania?

Esatto, avevano proprio i quaderni per gli analfabeti, per i bambini che iniziano a scrivere le lettere, erano tutti siriani, afghani.

E quindi dopo questa esperienza di volontariato ti sei trovato a fare quello che stai facendo adesso?

Esatto, ho scoperto questo sistema tedesco con cui puoi imparare un mestiere e vieni pagato.

Interessante, di che si tratta, che sistema è? Cioè come si chiama in tedesco questa cosa?

Ausbildung.

E ce lo traduci?

Allora: “bildung” significa formazione, “bilden” vuol dire anche costruire, come l’inglese build; “aus”, in questo caso significa una completezza, quindi imparare un mestiere nella sua completezza, diventare un esperto in quel mestiere.

E nel tuo caso di che mestiere si tratta?

Parrucchiere.

Questa domanda me l’hai servita su un piatto d’argento: come si è inserita la lingua tedesca nel tuo cervello di madrelingua italiano? Perché da come spieghi i concetti si vede come il tedesco si è aggiunto e ti ha donato un nuovo modo di vedere le cose.

Sì, spesso dico, quando una persona mi chiede: “ma come traduci il tedesco?”, rispondo sempre che io traduco i concetti, non le parole, perché molto spesso non puoi tradurre letteralmente parole dal tedesco all’italiano, perché non ci sono proprio i termini, devi usare una parafrasi.

Quindi praticamente tu costruisci dei ponti semantici tra il tedesco e l’italiano?

Esatto. O comunque, spesso all’inizio, per imparare il tedesco, creavo delle immagini strane nella testa, per ricordarmi le parole, che, come per tante lingue che sono diverse dalla tua, devi imparare a memoria. Come lo si fa se non creandosi dei collegamenti che siano immagini particolari o sensazioni o movimenti delle mani? Non so perché ma i movimenti delle mani mi aiutano a ricordare determinati concetti.

E i tedeschi le muovono le mani parlando?

Non come gli italiani, sicuramente.

È molto interessante. Quindi quando una persona studia una lingua si crea un immaginario alternativo del mondo, attraverso quella lingua, non trovi?

Sì sì sì, penso che veramente imparare tante lingue aiuti le persone a vedere nuove sfaccettature delle cose, della realtà proprio, diciamola così.

E quando torni in Italia, ti senti un po’ un Étranger, uno straniero? Ti vengono parole in tedesco?

Quello sì, però non mi sento uno straniero, piuttosto mi sento un imbecille, un afasico.

Senti di aver portato dell’italianità – che poi dovremmo andare a verificare cosa voglia dire – lì in Germania?

Italianità…non lo so, perché la gente qua ha spesso già le sue idee, quindi a seconda della sua idea di italiano..

Preconcetti?

Preconcetti, esatto…credo che avvenga un po’ per tutti, se non sei una persona curiosa, o comunque empatica, che vuole conoscere, tu parti già col tuo preconcetto e se sei una persona chiusa, o comunque che non si sforza di conoscere la persona che ti sta davanti…o comunque bisogna fare quello sforzo.

Cioè io sento da 5 anni “Ah sei italiano! Oh Oh” e poi iniziano a parlare con l’accento di Super Mario.

Dicono “Oh, che bello! Io sono stato qua e qua e qua. E tu da dove vieni?” e dico che sono della Puglia…silenzio… “Non conosci la Puglia?”, e allora poi ho sempre le frasi fatte: “Hai presente l’immagine dello stivale? Io vengo dal tacco” e le clienti mi facevano i complimenti per il tedesco, e ce credo, sono tre anni che ripeto sempre la stessa frase.

Originario della Puglia, ora residente in Germania, facciamo un po’ un confronto dell’ambiente, tra il tuo paese d’origine e quello dove vivi ora da un po’ di anni.

Sono originario di un paese di 27.000 abitanti, invece Würzburg ne ha tipo 120.000, quindi è nettamente più grossa, molto più colorata dal punto di vista della gente perché vabbè è Germania, quindi vedi tante culture, tante facce; nel mio paese pugliese vedi solo la gente del posto. Adesso, negli ultimi anni, da quando sono arrivate le ondate coi barconi, ci sono più ragazzi e persone africane. 

C’è sempre stata però una comunità di marocchini o comunque del Nord Africa e di albanesi e di paesi balcanici in direzione Polonia.

Ed erano ben integrati in paese o erano comunità a sé?

Allora, io ho l’esperienza di mia mamma che è maestra, e quindi io vedevo che comunque la comunità nordafricana era, per me, integrata. Così come abbiamo conoscenti e amici albanesi, ci conosciamo da quando sono picciriddo.

La comunità che purtroppo mi ha dato l’impressione di non essere molto integrata è quella delle donne polacche, che poi non so, non avendo conoscenze dirette…

In Germania non so chi sia tedesco, perché potrebbero essere tutti tedeschi per me, tra il volontariato e il negozio, il salone, posso dirti che i tedeschi hanno tante facce: il mio collega è mezzo turco, l’altra mia collega era turca, e hanno nome e cognome turchi; poi ci sono tantissimi russi, russi-tedeschi, turchi-tedeschi, tantissimi vietnamiti, c’è stata credo un’ondata di migrazione dal Vietnam qualche tempo fa, poi c’è stata quella dalla Turchia, poi quella degli italiani, quindi secondo me qui….boh magari sono arrivato nella mia bolla e quindi mi sembrano tutti mega integrati, tutti felici e contenti – cosa che sicuramente non è -.

Ma questa è un po’ l’impressione che hai avuto?

Si, questa è l’impressione che ho avuto.

Parlami un po’ di te, come vivevi l’ambiente pugliese per quanto riguarda la tua persona, le tue caratteristiche, e come, invece, vivi l’ambiente lì in Germania?

Allora, parto proprio dal momento in cui ho lasciato il mio paese, che è stato a diciannove anni, quando ho finito il liceo, mi sono trasferito al nord, Padova e poi Venezia, per me è stata la maniera per fuggire da un paese che era chiuso mentalmente, non mi sono mai sentito a mio agio nella mia città, ma questo non lo dico solo io che sono gay, e quindi già questa chiusura mentale, questo ambiente cattolico, per me sono tutti cattolici al mio paese, può darsi che non lo siano, però…poi, essendo cresciuto in una famiglia cattolica, aver frequentato il catechismo, come tante tante persone, non so come sia al nord, però da noi era normale andare a catechismo il sabato.

Tutto ciò mi ha portato diciamo ad avere una specie di…come si dice? Repulsione nei confronti di tutto ciò che aveva a che fare con il Cattolicesimo, o comunque la Chiesa, o queste personalità che ci lavoravano, non è che io odio la Chiesa, potrei avere tanti motivi ma non dò la colpa alla Chiesa per le mie frustrazioni o comunque per quello che mi è successo, o come io ho vissuto il mio paesino. E quindi per me andarmene di casa, andare all’Università era iniziare la vita che ho sempre voluto, cioè frequentare determinate persone, l’Arcigay, avere amici con cui potermi aprire e parlare di tutto, o comunque cercare un confronto con persone che magari capissero meglio la mia situazione, perché da me non si parlava di omosessualità, ho vissuto l’omofobia dalle elementari, e non do la colpa ai bambini che mi hanno bullizzato ovviamente, però ..è quasi affascinante capire le dinamiche che portano le persone ad insultare altre persone, a prescindere dall’età.

Sì, assolutamente, è più interessante comprendere che giudicare.

Sì, esatto, cosa porta la persona ad insultarmi. Però l’ho sempre vissuta male, sono sempre stata una persona molto emotiva, con la “lacrima facile”, diciamo così, e quindi questa cosa mi ha portato a chiudermi sempre di più, a non cercare aiuto, a somatizzare, a stare male, e quindi a cercare la fuga, o comunque il rifugio lontano da casa.

E hai trovato una tua seconda casa a Padova e Venezia?

Diciamo che mi sono sentito libero dai diciannove anni in poi.

Poi arrivando in Germania, devo dire che qui le leggi sono diverse, c’è sempre stata una certa apertura mentale sul tema omosessualità.

Pensa che l’omosessualità, dopo la Seconda Guerra Mondiale è stata vietata per legge fino, credo, agli anni sessanta, paradossale, ma è un’altra faccia della Germania post guerra.

E poi c’è sempre questa cosa del tedesco o comunque…ora ti dico la prima parola lunga che ho imparato a letteratura tedesca “Vergangenheitsbewältigung”, che è il superamento del passato, imparare dal passato, questo tema è molto forte nel tedesco medio.

Secondo me questa cosa del tedesco che vuole imparare dal passato è una cosa molto bella.

E quindi da queste leggi poi hanno fatto un salto, si sono evoluti fino alla situazione odierna?

Sì, per esempio…come cavolo si dice…il mettere alla pari il matrimonio eterosessuale a quello omosessuale, e questa legge è nata l’anno prima, credo, che ci sono state le unioni civili in Italia, che poi è un discorso molto complicato quelloe delle unioni civili, non comprende solo le coppie omosessuali, è molto colorato, invece in Germania hanno detto: “sono uguali, fine.”.

Poi vabbè, c’è da dire che io parlo del tedesco medio, ma ci sono tedeschi estremisti, ancora, come in tutti i paesi del mondo, c’è il partito di estrema destra anche qua, così come può essere CasaPound, che fanno campagne elettorali contro gli immigrati, cose tipiche come della Lega; hanno la loro Lega, che si chiama “L’alternativa per la Germania”, anziché chiamarsi “Odiatori di persone e del diverso”, loro si chiamano “Alternativi della Germania”, un partito pieno di controsensi poi.

Ma quindi, parlando un po’ più a livello personale, senti di avere maggiori diritti e libertà lì in Germania?

Sì, diciamo di sì, dal punto di vista di diritti e benessere, mi sento più al sicuro qua perché so che se una persona mi chiama “frocio” per strada io lo posso denunciare, qui l’omofobo ci pensa due volte prima di prenderti a pugni; e qui poi ho visto tantissime coppie lesbiche e gay, mano nella mano, come se fosse la normalità, è normalità.

Abbiamo parlato un po’ dell’aspetto “integrazione”, però ora vorrei parlare un po’ del tuo essere una minoranza linguistica lì: com’è non poter utilizzare la propria lingua a livello quotidiano?

Quando per esempio sei carico a livello emotivo, o ti escono quelle espressioni tipiche – anche dialettali-. Ormai immagino penserai e sognerai persino in tedesco.

Allora, dopo cinque anni diventa quasi la normalità, ovviamente ora riesco ad esprimere più concetti, ma rimangono cose che non sai come esprimere, devi sempre trovare una maniera per modificare la frase o il pensiero, trasformarlo e poi comunicarlo. La gente molto spesso non pensa a questo passaggio intermedio, tra il pensiero e la parola, avviene una trasformazione; però credo che nel tedesco, che, essendo una lingua molto particolare, anche dal punto di vista grammaticale, spesso devi modificare, non il senso, ma tutta la frase in sé…vabbè questo è un discorso che puoi fare anche per altre lingue che non hanno una successione SVC (soggetto-verbo-complemento oggetto). 

Però sì, devo dire che, vivendo sempre qua e parlando cinque-dieci minuti al giorno italiano, solo con i miei genitori, l’unico output che dà la tua lingua è quello del tedesco, quindi ti ritrovi a sognare in tedesco, ti ritrovi a rispondere in tedesco a tua madre, o anche cavolate; la cosa assurda che mi succede spesso quando torno in Italia è che la gente mi parli e quelle piccolezze, quelle cose che impari per creare una lingua più fluida, gli intercalari (e riempitivi e interiezioni) sono la cosa più difficile da prendere di una lingua straniera, però quando li prendi sono difficili anche da dimenticare, e quando torni nella tua patria ti senti scemo, vedi la gente che ti guarda in modo strano.

A quanto pare ti sei integrato dal punto di vista linguistico, il tedesco lo mangi a colazione e lo sogni la notte. Non ti manca l’italiano nei tuoi scambi quotidiani?

Allora, ti dico, da sei mesi è arrivata una nuova apprendista di Roma, e per me è stato bellissimo. Vabbè a me piace tantissimo l’accento romano, come tanti altri accenti italiani tipo il toscano; è bellissimo stare con lei perché puoi esprimerti e bestemmiare chiunque nella tua lingua madre senza problemi, però anche lì c’è il momento di pausa in cui stai dicendo una cosa e dici “come si dice?”.

Ora ti faccio ridere. Prima mi sono aperto il vocabolario tedesco-italiano, perché non mi veniva la parola “limitazione”.

Passiamo ora al tema Covid-19, siamo stati tutti travolti, abbiamo visto le nostre vite rivoluzionate e sconvolte, e siamo stati assaliti dalle incognite, che già la vita è un grande incognita, diciamo dunque che alcune di queste incognite si sono palesate. 

Com’è cambiata la tua vita dopo l’avvento del Covid-19?

Partirei proprio dall’inizio, arrivò a Marzo 2020, credo che per tutti sia stato come un sogno, una cosa che succede nell’estremo Est asiatico, quindi non te ne rendi conto, quando è arrivato il termine “pandemia”, che non lo si usa normalmente, è stato come dire “ok, e adesso come ci dobbiamo comportare, di fronte a questo ostacolo, a questa cosa che sta arrivando?” ma che era già là in realtà, e ci siamo visti chiudere, parlo del negozio, da un giorno all’altro; è strano perché abbiamo 12 posti per i clienti, 5 parrucchieri ed io come apprendista, immagina la confusione e afflusso di gente di quel negozio, poi la gente che aspettava fuori in sala d’attesa, quindi abbiamo chiuso, all’inizio per sei settimane, poi sono arrivate le nuove regole, possiamo far entrare solo sei persone, la sala d’attesa è stata eliminata.

Ecco, una cosa per cui sono grato, tra virgolette, è che non si crea più questo caos che c’era prima, anche perché una caratteristica, un po’ stereotipo e un po’ verità del tedesco, è quella del “velocità e servizio”, non importa se lo fai bene, devi farlo veloce, devi essere sempre pronto, lavoro lavoro lavoro, quindi per me, che arrivavo da un ambiente universitario, per me è stato quasi la salvezza; nel mio salone poi cercano la prestazione, un’alta performance.

Quindi dici che ti ha fatto comodo un po’ questo rallentare generale dei ritmi? Perché è quello che abbiamo vissuto quest’ultimo anno, i ritmi forzatamente rallentati.

Sì, e devo dire che fino ad adesso abbiamo avuto due lockdown e ho avuto la sensazione che siano arrivati nel momento giusto, quando ne avevo bisogno.

Ma come sono lì i lockdown?

Grazie che me l’hai chiesto, perché è stata una cosa un po’ strana nel mio caso.

Il primo lockdown è stato a livello nazionale, credo, però non sono sicuro, io parlo solo della Baviera o comunque della provincia dove sto io.

Da voi è arrivata la zona rossa in tutta Italia molto molto velocemente.

Stiamo parlando della prima ondata nel 2020, giusto?

Esatto.

E il nostro lockdown è arrivato circa una o due settimane dopo il vostro, quindi voi eravate già da una o due settimane in casa, possibilità di uscire zero, se non per cose di prima necessità…

E ti racconto un episodio che mi è capitato, c’era già nell’aria, “il lockdown arriva, il lockdown arriva”, non c’era ancora l’obbligo delle mascherine, entro in tram, stavo al telefono con mamma, parlo tranquillo, la gente era seduta su tutti i posti, mi siedo per puro caso di fronte ad un altro italiano, un siciliano, anche lui al telefono, ma il suo tono di voce era più alto del mio, e diceva cose tipo “mamma, ti voglio bene, ti voglio bene”, cose molto belle, infatti ho smesso di parlare e mia madre mi ha chiesto chi fosse. Ti giuro, tempo neanche due fermate e il vagone si è svuotato, siamo rimasti solo io e lui in quel vagone, la gente ha preferito spostarsi o stare in piedi.

Perché eravate italiani?

Io l’ho percepito così.

Ma questo per il clima generale che c’era? La paura che un italiano portasse il Coronavirus, o in generale?

In generale, secondo me. Ma mi piace pensare che sia stato un caso. Però ho visto persone letteralmente alzarsi e stare in piedi, allontanarsi da noi due.

È stato strano.

Ti sono capitate altre situazioni così o quella è stata un unicum?

È stato un caso isolato in realtà.

Però non avendo mai sperimentato il razzismo, ho pensato: “è così che ci si sente?”

Ho vissuto l’omofobia, ho vissuto varie cose però il razzismo, o comunque come l’ho percepito io, non l’avevo mai provato.

Quindi mi stavi spiegando che è arrivato in ritardo per voi il primo lockdown, ma a livello strutturale com’è stato?

Raccontami un po’ come percepisci tu e come viene percepita la situazione in generale lì dove vivi.

Quali sono le limitazioni..

Le regole erano molto simili, per esempio era tutto chiuso tranne medici, farmacie, supermercati, panettieri o alimentari, ovviamente non c’era la possibilità di sedersi (nei negozi), poi dopo c’è stato posti ridotti con distanza, e si potevano incontrare massimo…se non ricordo male era come da voi, se non ricordo male, la gente doveva rimanere a casa, ma i cosiddetti congiunti e fidanzati qui era già legale vederli.

Cose che qui sono state aggiunte dopo.

Quindi voi potevate uscire di casa?

A me il lockdown infatti non ha pesato molto perché avevo un amico, e ci vedevamo.

Non stavamo insieme, però lui mi diceva: “Vito, se impazziamo, ci possiamo vedere, possiamo dire che siamo fidanzati e questo è legale, non hai bisogno di un foglio di carta in cui sta scritto.

Ecco, fammi capire, quindi c’erano delle limitazioni, ma voi avevate coprifuoco, l’autocertificazione?

Spiegami anche queste cose più “tecniche”.

O si trattava più di seguire il buonsenso?

Era molto alla fiducia.

Tant’è che io vedevo sempre molta gente in giro, secondo me, molti non mantenevano la distanza, non c’era l’obbligo della mascherina in giro. Ed io sentivo da una parte gli amici e famigliari italiani che mi dicevano di mettere la mascherina FFP2 e invece qui potevi entrare in qualunque posto con la mascherina di stoffa. Nel secondo lockdown hanno messo l’obbligo della FFP2.

Quindi, dal mio punto di vista, la gente era molto menefreghista.

E pensavo: “ma perché la mia famiglia deve rimanere in casa, non può uscire a 100 metri da casa, e invece io potrei andare con mezza città e nessuno mi ferma?”.

Non ho neanche visto una volante.

Quindi non c’erano controlli?

Ma c’era, o c’è, quella che qui chiamano “autocertificazione”? E la multa?

No, non esiste.

Avete coprifuoco?

Nel primo lockdown non l’abbiamo avuto, nel secondo sì, ed era alle nove.

Il secondo lockdown è durato tre mesi.

Quando tu dici “secondo lockdown”, da voi, da quando ha avuto inizio e quando è finito?

Da metà dicembre (2020) fino alla, ufficialmente, prima settimana di marzo; però noi abbiamo aperto il negozio i primi di marzo.

Quindi voi adesso in realtà siete tornati, tra virgolette, alla normalità?

Com’è adesso la situazione?

La nuova normalità.

Com’è questa nuova normalità lì?

Qui adesso tanti parrucchieri hanno chiuso per debiti, molte piccole attività hanno chiuso, c’è l’obbligo di iscriversi ad una lista se vuoi andare in certi negozi, ti devi prenotare.

Ma lì ci sono i controlli e misurazione della temperatura all’ingresso dei negozi?

Quello no, non l’ho visto.

C’è stato per un periodo, ma in determinati negozi, non ovunque.

Da quel che ho capito. Correggimi se sbaglio, c’è più un senso quasi di normalità lì, anche se si tratta di una “nuova normalità”.

Per quanto riguarda la vita sociale, ci sono limitazioni?

Allora, concerti di ogni tipo, discoteche, cinema, teatro, tutto chiuso; bar e pizzerie e gastronomia solo per asporto e consegne.

La particolarità della Germania è che è uno stato federale, quindi ogni stato decide in modo indipendente, tant’è che si sta parlando di Teillockdown, ogni provincia decide da sé, tutto dipende dall’incidenza; la mia provincia vede un’incidenza ancora bassa quindi non ci sono limitazioni dal punto di vista dell’incontrare gente, però oggi sono andato a scuola in un’altra provincia in cui l’incidenza è più alta, e ci è stato detto che in pausa in paese potevamo stare in gruppi massimo di tre, e tutti avevano la mascherina, quindi forse lì c’è l’obbligo di mascherina in giro.

Dove abiti tu non c’è l’obbligo di mascherina in giro?

No, solamente in determinate zone, tipo su due ponti, su una strada principale, e credo sulle piazze del mercato.

E al chiuso, tipo bus, tram…qualunque posto in cui tu entri.

Intanto grazie, perché sei la nostra testimonianza diretta dalla Germania, o almeno dalla provincia dove vivi.

Abbiamo parlato degli equilibri e assetto esterno, ma raccontami come ti ha colpito e influenzato personalmente, a livello di equilibrio personale, interno, questo periodo.

Durante il primo lockdown mi è salita una sorta di frustrazione nelle limitazioni per tornare a casa.

Tornare a casa in Italia?

Sì, tant’è che ad Agosto, quando sono sceso giù a Venezia, per me è stato come…beh immagina, durante il primo lockdown io stavo tutto il giorno in casa, d’altronde durante il primo lockdown non c’erano neanche le lezioni online quindi ero solo, in caso e stop, mi vedevo col mio amico ogni tanto; però non ho molto amici qui diciamo, e poi gli amici che avevo sono studenti o lavoratori, o entrambe le cose, molte persone che ho conosciuto il mio primo anno qui ora sono tornate ai loro paesi, questa è la storia comune dei volontari europei; e quindi, da un lato la relazione con questo mio amico si è rafforzata, dall’altro mi ha portato a sentire una forte nostalgia di casa, di sentirmi inutile o comunque diciamo quel senso di depressione, chiamiamola depressione latente, perché io non ho la depressione biologica, endogena,  sono le situazioni esterne che influiscono sul nostro stato d’animo, poi, se sei una persona molto emotiva, certe cose è ovvio che le senti molto più forte, se sei una persona ipersensibile…avevo questa paura di non poter tornare, di non sapere quando poter tornare…a Giugno si sposa mia sorella, e che succede se capita qualcosa? 

Perché voi avete già la terza ondata e avete il terzo lockdown probabilmente.

Si, noi qui siamo molto limitati, siamo zona rossa.

Ecco, da noi sta arrivando, però sta cosa mi mette un po’ d’ansia perché, e se questa terza ondata fosse talmente lunga da impedirmi di uscire dalla Germania?

Questa è una storia molto comune tra le persone che abitano fuori casa.

Però ok, adesso ti perdi i 60 anni dei miei, adesso ti perdi i 30 anni di mia sorella, adesso ti perdi qualcos’altro e non sai cosa, ti senti male, cioè stai un po’ male…

Ti senti isolato, forse?

Sì, isolato sì, senza dubbio. Tant’è che, da un lato il secondo lockdown è arrivato al momento “giusto” quando ero molto stressato, poi dopo un mese inizi a sentirla la solitudine…

Da come mi parli è un po’ un subire queste incognite, non poter programmare e progettare, perché non sai cosa accadrà, quali limitazioni ti vedrai imposte, come effettivamente si evolverà la situazione.

Può essere questo un elemento che va a creare ansia e ad incentivare uno stato depressivo?

Si, è proprio benzina sul fuoco, secondo me.

Poi mi sono dimenticato di dirti che ho saltato pure il Natale, ho passato il Natale qua e Capodanno.

Quindi anche questo ha inciso su questo senso di alienazione o comunque di isolamento.

E come stai cercando di reagire?

Che strategie stai mettendo in atto per affrontare questa nuova realtà e solitudine e la lontananza da casa, dalla famiglia, come te la cavi?

Non me la sto cavando.

Allora, da un lato mi ammazzo di lavoro, perché è l’unica routine che ho; e cerco di fissarmi, di avere fissi nella mente degli obbiettivi, uno può essere “tra quattro mesi, ad agosto, finisco l’apprendistato”, ed è già una conquista. Quindi io cerco sempre di proiettarmi, e pormi questi obiettivi a breve termine, piccolezze.

Non te l’ho detto, ma io voglio entrare a teatro come truccatore, e quindi devo fare candidature, quindi cerco di disegnare per farmi un portfolio, per creare una bella candidatura “alla tedesca”, come dico io, perché è tutta particolare, fatta bene.

Quindi cerchi in qualche modo di occuparti la mente, ti fai un regalino in più, che ne so, io a Natale mi sono regalato l’e-book con tutti i racconti di Lovecraft.

Quindi anche la lettura aiuta?

Sì, aiuta.

Ma, facciamo un inciso, leggi in tedesco?

No, in italiano. Cerco di leggere solo in italiano, e anche le serie tv o film, se posso, li guardo in italiano, o inglese, è una cosa che ti manca alla fine il poter sentire la tua lingua e non dover sforzare il cervello, capisci?

Hai il cervello che si rilassa la sera, che non vuole guardare né sentire tedeschi.

Dal punto di vista musicale sto ascoltando canzoni italiane a manetta.

In questo periodo ascolto solo Zen Circus e Nerthus Division.

Un po’, da quel che ho capito, per vincere la solitudine, ti stai aggrappando alla tua lingua madre?

Anche, sì sì sì.

Poi durante il lockdown chiamavo una persona italiana al giorno, per stare al telefono e fare una videochiamata, e aperitivo online.

Vito, ti ringrazio veramente per averci portato la tua testimonianza, per averci raccontato la vita di un giovane italiano all’estero, che porta la sua cultura personale, che è molto di più della cultura del paese d’origine, ma che è anche la cultura del paese d’origine, filtrata e reinventata, cultura italiana “alla Vito”, declinata con tutte quelle che sono le tue peculiarità, e quindi una maggiore ricchezza.

Grazie perché ci hai portato una testimonianza diretta dell’esperienza Covid-19 in Germania, nelle tue zone, e grazie per averci parlato di te e come stai vivendo il periodo e delle strategie per riuscire ad andare avanti; dato che sei, come tutti noi, in mezzo al campo di battaglia, in mezzo ad un sacco di incognite.

Ed io ti auguro di riuscire a tornare nella tua bella Puglia, Venezia e tutte quelle città che ti hanno adottato.

Grazie per questa opportunità, mi piace il lavoro che stai facendo, sono felice di essere stato tuo ospite.

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