Vivere la guerra, per gioco

Non sono un videogiocatore. A scuola cazzeggiavamo volentieri con Doom, Wolfenstein 3D, e altri titoli del genere. Erano gli anni ’90. Ricordo qualche gioco di simulazione: SimCity, Theme Park, Theme Hospital. Nella mia fase di infatuazione per il genere fantasy, mentre trangugiavo i capolavori di J.R.R Tolkien e di Terry Brooks con i Rhapsody come sottofondo, mi divertivo per ore con Settlers II e Warcraft II.

Warcraft 2

Non ero un gran giocatore. Da pacifista, le mie utopie non venivano ben ripagate, e i popoli aventi la sfortuna di essere governati da me subivano irrimediabilmente la mala sorte di venire sopraffatti e distrutti. Game over.

I videogiochi attingono ampiamente dagli scenari bellici per l’ambientazione delle proprie storie. Giudico poco nobile utilizzare fatti così drammatici per fini ludici, è quanto meno discutibile sul piano etico. Prendiamo ad esempio questa lista di giochi ambientati durante la seconda guerra mondiale: conta decine di titoli, ma ho dubbi sulla loro capacità di documentare, far riflettere e generare empatia, che invece sono lo scopo della maggioranza della produzione cinematografica e letteraria sul tema.

Refugee Mario
Refufee Mario

Ci sono delle eccezioni. Samir Al-Mufti, ha utilizzato i videogame come linguaggio per creare una versione alternativa del celebre Super Mario. Con Refugee Mario (“Mario il rifugiato”) si vuole raccontare il dramma dei profughi in fuga dalla guerra e la loro disperata ricerca della salvezza per raggiungere l’Europa. Lo stesso Samir ha dovuto abbandonare la propria città, Homs, per trovare riparo in Turchia. Purtroppo si tratta soltanto di un concept, ma avrebbe raggiunto lo scopo se fosse stato programmato.

The Migrant Trail
The Migrant Trail

Sulla stessa linea Games For Change (collettivo di videogiochi a carattere sociale) propone tra i suoi titoli The Migrant Trail, ambientato sul confine tra Messico e Stati Uniti. Qui si esamina la vita di un gruppo di migranti alle prese con gli agenti in difesa della frontiera; ovviamente lo scopo del gioco è far sopravvivere i migranti e riuscire a superare il confine. Durante il gioco si viene a conoscenza dei protagonisti: delle loro storie, dei drammi, delle aspirazioni e delle speranze di ciascuno di loro. È un’occasione per entrare in contatto in modo un po’ più intimo con una realtà complessa, che oltre a costituire un problema umanitario e politico, è anche un dramma collettivo, ma con peculiarità individuali su cui è possibile fare delle riflessioni.

Qualche giorno fa, guardando una recensione su Youtube, sono rimasto impressionato da This War Of Mine. Il gioco è ambientato a Sarajevo negli anni della guerra di Bosnia ed Erzegovina, durante l’assedio della città. L’aspetto innovativo è che non si tratta di combattimento, né di guidare un mezzo, o di dirigere truppe. Il gioco narra la guerra ma dal punto di vista di chi la subisce: un gruppo di cittadini rifugiati in un palazzo diroccato, alle prese con la quotidiana sopravvivenza. L’atmosfera è cupa, piovosa, drammatica. Il giocatore si trova a far fronte a pressanti problemi quotidiani, come la carenza di alimenti, di farmaci, di combustibile, gli ovvi problemi di sicurezza personale, ma anche ai problemi emotivi e psicologici dei protagonisti, da gestire affinché la situazione non precipiti. È un aspetto che ho trovato particolarmente commovente. Lascio qui l’ottima recensione di GioPizzi:

This War of Mine: Come Raccontare la Guerra

Per quanto si tratti di un gioco, mi sembra un modo rispettoso di trattare l’argomento, e ha tutte le carte per essere un buon compromesso tra l’aspetto ludico e quello informativo, capace di far riflettere ed empatizzare su una condizione che, fortunatamente, non abbiamo vissuto in prima persona.

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